“Voi non potete servire Dio e Mammona”

 

20 Ma Gheazi, servo di Eliseo, uomo di Dio, disse fra sé: «Ecco, il mio signore è stato troppo generoso con Naaman, con questo Siro, non accettando dalla sua mano quanto egli aveva portato; com’è vero che il SIGNORE vive, io voglio corrergli dietro, e avere da lui qualcosa». 21 Così Gheazi corse dietro a Naaman; e quando Naaman vide che gli correva dietro, saltò giù dal carro per andargli incontro, e gli disse: «Va tutto bene?» 22 Egli rispose: «Tutto bene. Il mio signore mi manda a dirti: “Ecco, proprio ora mi sono arrivati dalla regione montuosa d’Efraim due giovani dei discepoli dei profeti; ti prego, dà loro un talento d’argento e due cambi di vestiario”». 23 Naaman disse: «Ti prego, accetta due talenti!» E gli fece premura; chiuse due talenti d’argento in due sacchi con due cambi di vestiario, e li caricò addosso a due dei suoi servi, che li portarono davanti a Gheazi. 24 Giunto alla collina, Gheazi prese i sacchi dalle loro mani, li ripose nella casa, e rimandò indietro quegli uomini, che se ne andarono. 25 Poi andò a presentarsi davanti al suo signore. Eliseo gli disse: «Da dove vieni, Gheazi?» Egli rispose: «Il tuo servo non è andato in nessun luogo». 26 Ma Eliseo gli disse: «Il mio spirito non era forse presente laggiù, quando quell’uomo si voltò e scese dal suo carro per venirti incontro? È forse questo il momento di prendere denaro, di prendere vesti, e uliveti e vigne, pecore e buoi, servi e serve? 27 La lebbra di Naaman s’attaccherà perciò a te e alla tua discendenza per sempre». Gheazi uscì dalla presenza di Eliseo, tutto lebbroso, bianco come la neve.

2 Re 5, 20-27

A un certo punto nel vangelo Gesù dice ai suoi discepoli e discepole, “Guarite gli ammalati, risuscitate i morti, purificate i lebbrosi, scacciate i demoni, gratuitamente avete ricevuto gratuitamente darete.”  L’idea è chiara, poiché la grazia, la nuova vita, la guarigione, non sono nostre ma provengono da Dio, vanno   condivise gratuitamente. La proclamazione in parole e opere della grazia di Dio è messa in diretta relazione col denaro e la sua gestione. Tant’è che Gesù prosegue “non provvedetevi d’oro né di argento né di rame nelle vostra cinture” mentre altrove, è ancora più categorico, “Nessuno può servire due padroni, perché o odierà l’uno e l’amerà l’altro o avrà riguardo per l’uno e disprezzo per l’altro, Voi non potete servire Dio e Mammona”

Con questo in mente torniamo alla storia di Naaman il Siro che abbiamo letto domenica scorsa. Nella prima parte Naaman immergendosi sette volte nel Giordano viene purificato dalla lebbra.  Nella seconda parte il protagonista della storia è il servo di Eliseo Gheazi. Le due parti del racconto sono costruite a specchio. La seconda parte riprende gli stessissimi temi della prima e li inverte. Se per Naaman l’esito è positivo, per Gheazi, l’esito è negativo.

Vediamo da vicino questa dinamica. La storia di Naaman ha a che fare con un uomo straniero di alto rango mentre quella di Gheazi gira, invece, intorno un Israelita di basso rango. Se nella prima Naaman è costretto a rinunciare a ciò che per lui era importante, l’apparenza, lo status, l’orgoglio, il potere d’acquisto, nella seconda parte Gheazi – non avendo queste cose – cerca di ottenerle. Infine, se Naaman se ne va purificato dalla lebbra Gheazi ne viene colpito. Questo finale così scioccante “La lebbra di Naaman si attaccherà a te e alla tua discendenza per sempre” ci avverte del fatto che qui c’è in gioco qualcosa di estremamente importante. Che cosa avrà mai fatto Gheazi per meritare una simile fine? Che cosa determina l’esito diverso di queste due storie, guarigione da una parte e malattia dall’altra? È ciò che vogliamo comprendere stamattina.

Domenica scorsa abbiamo compresa la storia di Naaman come una ricerca di vita eterna, di vita abbondante, di felicità se vogliamo. Come conveniva a una persona del suo rango, si era presentato a Eliseo carico di regali, dieci talenti d’argento, seimila sicli d’oro e dieci cambi di vestiario. Quando finalmente si decide di immergersi sette volte nel Giordano, egli fa due cose. Prima professa la sua fede nel Dio di Israele, e poi prega a Eliseo di accettare un regalo. Eliseo risponde “Come vero che vive il Signore di cui sono servo, io non accetterò nulla”, Naaman insisteva perché accettasse ma egli rifiutò”. La lezione mi sembra chiara, la grazia di Dio manifestata nella guarigione non è in vendita e una volta ricevuta non può essere pagata. Il denaro non costituisce la via verso la felicità. La felicità è frutto della grazia divina e la grazia di Dio non la si può comperare.

Gheazi, però, non ha compresa questa lezione. Vedendo Naaman andarsene, mette in questione la decisione di Eliseo (v. 20). Il suo padrone è così scemo di lasciar andare un uomo carico di oro che voleva fargli un regalo?  Come Naaman all’inizio non voleva bagnarsi nel Giordano perché urtava la sua autostima e il suo orgoglio, così Gheazi non comprende perché Eliseo non accetti il regalo da Naaman. Possiamo quasi sentirlo mentre escogita il suo piano, “Ma che male c’è? Che male c’è nell’accettare un regalo per un servizio reso?” E probabilmente riusciamo a calarci bene nei panni di questo uomo.

Una volta pensato “che male c’è?” escogita un piano subdolo che tira in ballo lo stesso profeta. Arrivando da Naaman, finge di chiedere il regalo per conto del suo padrone, e inventa la storia dei due ospiti: 23. Poi, quando Eliseo se ne accorge, Gheazi cerca di togliersi dall’impiccio mentendo. Eliseo, però, non si lascia ingannare. Ecco la sua risposta: v. 26” È forse questo il momento di prendere denaro, di prendere vesti, e uliveti e vigne, pecore e buoi, servi e serve? “

Questa risposta ci colpisce per due motivi. Primo perché Eliseo dice che non è il momento: l’occasione scelta da Gheazi è sbagliata. Come impariamo da tutte le scritture ebraiche, i beni materiali non sono cattivi di per sé, anzi a volte sono segno della benedizione di Dio. Basti pensare alla storia di Giacobbe. Quindi, qui non abbiamo una critica della prosperità materiale in quanto tale ma del tentativo da parte di Gheazi di trarre profitto della guarigione di Naaman.

Il secondo motivo è la natura iperbolica della risposta. Il povero servo aveva preso proprio poco, un paio di talenti e qualche cambio di vesti; che c’entrano uliveti e vigne, pecore e buoi, servi e serve? Il punto è che una cosa porta all’altra.  Se si pensa che i beni materiali portino felicità, come porne dei limiti? Il mondo di Gheazi non è diverso dal nostro, le ricchezze producevano altre ricchezze uliveti e vigne, pecore e buoi, servi e serve ma condannavano altri alla miseria.  Non potremmo dire forse che questa strada, la ricerca esasperata di un tornaconto economico, porta alla malattia, nostra e della comunità umana? Perciò ci troviamo davanti a questo finale terribile che non ammette appello.

La storia della guarigione di Naaman termina con le parole del profeta, “Va’ in pace”. Tuttavia, la si comprende pienamente solo alla luce della seconda parte. L’errore di Gheazi mette in luce ciò che veramente sta in gioco, “perché, – come dice Gesù – dov’è il tuo tesoro, lì sarà anche il tuo cuore”. Abbiamo visto quanto è stato difficile per Naaman rinunciare al suo tesoro, la fama accumulata, le ricchezze di cui disponeva, le convenzioni sociali. Lui pensava che tutto ciò valesse davanti a Eliseo e davanti a Dio. Solo quando i suoi servi gli hanno fatto capire che non è così, si è immerso nel Giordano ed è stato guarito. La grazia di Dio e la vita abbondante che ne deriva non hanno prezzo. La vita eterna non può essere comperata e, una volta avvenuta, ricevuta, non può essere pagata. Eliseo rifiuta categoricamente i regali che Naaman gli vuole offrire.

La storia di Gheazi ci invita ad interrogare più a fondo questa faccenda. Che cosa non aveva capito che gli ha meritato una condanna così tremenda? La Riforma protestante inventò due frasi per captare questa verità biblica, sola gratia, da una parte e sola fede, dall’altra. Sola fede si riferisce alla risposta umana, in altre parole, si riferisce alla risposta corretta di Naaman. Sola grazia, invece attiene a Dio e va alla radice di chi è il Dio d’Israele. Perciò fu così grave che Gheazi non avesse compreso il senso di tutta la faccenda.

Quando Mosè chiede di vedere la gloria di Dio, Dio risponde “Io farò passare davanti a te tutta la mia bontà, proclamerò il nome del Signore davanti a te, farò grazia a chi vorrò fare grazia e avrò pietà di chi vorrò avere pietà”. Questa frase che poi viene ripetuta quando Dio effettivamente passa davanti a Mosè, afferma la misericordia di Dio, da una parte e la sua libertà sovrana, dall’altra. Se Dio non fosse liberamente sovrano e sovranamente libero, non sarebbe Dio.  Ma l’essenza di questo Dio, chi è veramente, è la misericordia e la compassione, sentimenti che sono per definizione gratuite e che sorgono dal cuore. Perciò Dio non è alla portata dell’essere umano e dei suoi soldi, la sua bontà e compassione non sono in vendita perché la loro essenza è la gratuità.  Come dice il re Davide, “Poiché chi sono io, e chi è il mio popolo, che siamo in grado di offrirti così tanto. Poiché tutto viene da te, e non ti abbiamo dato quello che dalla tua mano abbiamo ricevuto” (1 Cr 29).

Riconoscere la libertà sovrana e la sovrana libertà del Dio il cui nome è misericordia è il tratto caratteristico della fede di Israele. Perciò l’ottusità di Gheazi non è ammissibile. Pensare di poter comperare la grazia divina o di lucrare della misericordia di Dio, metterebbe Dio nelle mani degli esseri umani. Dio e la sua grazia diventerebbero degli oggetti, come tanti altri da cui lucrare. In altre parole, farebbe di Dio un idolo al nostro uso e consumo. Ed è proprio per questo motivo che la condanna di Gheazi è così appariscente e categorica. Colpendo Gheazi con la lebbra il testo ci mostra in modo grafico il senso delle parole di Gesù “Voi non potete servire Dio e Mammona”.

In un primo momento empatizziamo con Gheazi. Possiamo capire come egli pensi che Eliseo abbia perso un’occasione importante per guadagnare qualcosa. Forse la sua mossa ci appaia addirittura astuta e intelligente. Questo episodio mette in luce una tentazione alla quale tutte le chiese sono esposte, lucrare della grazia di Dio, convertire Dio in un bene di consumo, pensare che la sua grazia sia a disposizione dei ricchi ma fuori della portata dei poveri. Non a caso nel NT troviamo la stessa preoccupazione per il denaro e la sua gestione. Aggiungo tre cose.

  1. Ovviamente è di grande importanza che a insegnarci questa lezione, a mostrare chi ha veramente compreso che il Dio d’Israele è il Dio di tutta la terra sia Naaman, il Siro, ovvero uno straniero. La critica all’esclusivismo di Israele non nasce col cristianesimo ma proviene dalle stesse scritture ebraiche. E scrivendo ai Romani, Paolo tira le somme (9,30). Questa lezione riguarda tutti coloro che pensano di aver Dio in tasca.
  2. Come rispondere alle preoccupazioni di Gheazi che con la partenza Naaman vede sparire una fonte di sopravvivenza? Gesù stesso ci dà la risposta. “Non si può servire Dio e Mammona” “Perciò vi dico, non siate in ansia per la vostra vita, di che cosa mangerete e di che cosa berrete…Guardate gli uccelli del cielo: non seminano. Non mietono, non raccolgono in granai e il Padre vostro li nutre. Non valete molto più di loro?” La risposta è la sola fede nel Dio che provvede.
  3. Ho voluto suggerire che la fine terribile di questa storia (che inverte la sorte dei due protagonisti), indica la serietà e la gravità della questione che qui viene posta. La lebbra di Gheazi mostra chiaramente che no, non si può servire Dio e Mammona. La vita eterna è un dono che può essere solo ricevuto gratuitamente. “Gratuitamente hai avuto da me gratuitamente darai”. Non vi sarà sfuggito che alla fine del racconto Gheazi si trova nella stessa condizione in cui Naaman si trovava all’inizio della storia che, in questo modo ha una struttura circolare. E Poiché Dio avrà misericordia di chi vorrà avere misericordia e niente può limitare la sovrana libertà di Dio se non Dio stesso,  niente ci impedisce di pensare che un giorno potrà avere misericordia anche su Gheazi, come lo ha avuto su Naaman. Amen.

 

Elizabeth E. Green

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